LICEO MANIN

LICEO MANIN

La straordinaria ricchezza interiore dei nostri ragazzi…non offuscata dalla DAD!


Di Giuseppina Rosato

DAD, PAI, PIA, DDI: sì proprio così! Sigle, acronimi, abbreviazioni sono entrate in breve tempo, come macigni, ad implementare il nostro bagaglio lessicale, a riempire le nostre giornate di burocrati alla scrivania, intenti a stilare piani di apprendimento individualizzati o a redigere piani di integrazione degli apprendimenti, laddove la didattica a distanza avesse  costretto i docenti a rettificare, rimodulare, revisionare le loro programmazioni originarie.

Tutti indubbiamente siamo stati colti in questi lunghi mesi da momenti difficili, di sconforto, avvilimento, scoramento.

Accanto a questi, però, anche la DAD ci ha donato momenti di grande emozione, profonda commozione, intensa compartecipazione. Quando, ad esempio, a partire dal lavoro di analisi su un testo poetico come “Chi sei tu, lettore” di Rabindranath Tagore chiedi poi ai tuoi alunni di scrivere in prosa o in versi un momento di felicità da far rivivere ad un ipotetico lettore dopo lungo tempo, in nome della funzione eternatrice della poesia.

Quale potere straordinario è intrinseco nella scrittura!!!

Una scrittura che, parola dopo parola, fa trapelare la notevole profondità di pensiero, la spiccata sensibilità d’animo dei nostri ragazzi. La voce rotta dal pianto durante la lettura del proprio elaborato, l’emozione e la commozione che si fa sempre più evidente e, a catena, fa rigare di calde lacrime i volti dei compagni che ascoltano – lì attraverso lo schermo, vero! – ma attenti, assorti, quasi incantati, in un’atmosfera di straordinaria empatia collettiva.

È stato bellissimo, una catarsi pura.

Stesso scenario quando la celebre citazione manzoniana dall’XI capitolo dei Promessi Sposi “Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto“ ha fatto sgorgare parole accorate, sentite, sofferte da cuori provati, anime smarrite, corpi incatenati che desiderano gridare al mondo il loro impellente bisogno di  riabbracciarsi e finalmente, in colorati giardini in fiore, senza alcun filtro, poterne cogliere tutta la fragranza.

“Chi sei tu, lettore, che leggerai

le mie parole tra cento anni?

Non posso inviarti un solo fiore

della ricchezza di questa primavera,

una sola striatura d’oro

delle nubi lontane.

Apri le tue porte e guardati intorno.

Dal tuo giardino in fiore cogli

i fragranti ricordi dei fiori sbocciati

cento anni fa.

Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire

la gioia vivente che cantò

in un mattino di primavera,

mandando la sua voce lieta,

attraverso un centinaio d’anni”.

Rabindranath Tagore, da “Il canto della vita”