LICEO MANIN

LICEO MANIN

Il moderno elogio della follia

Recensione del libro Follia di Patrick McGrath

di Marian Ursu

“A parte il fatto che non era più così sicura che Edgar fosse davvero un malato di mente. Pensava che avesse commesso un delitto passionale; e la passione di per sé è una cosa positiva, no?” Queste parole, nelle quali si palesano profonde  sensazioni di depersonalizzazione e derealizzazione, indicano uno dei primi sintomi di quell’inspiegabile follia della quale si parla nel romanzo: una follia oscura, che attacca inaspettatamente e fatalmente gli innamorati, o, per lo meno, coloro che sono travolti da una passione irrazionale e indomabile. Pubblicato nel 1996, il romanzo di Patrick McGrath, il cui  padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, racconta la storia dell’inevitabile discesa nell’abisso della pazzia Stella, madre di un mite bambino di 10 anni e moglie frustrata di Max, vicedirettore di un grande manicomio criminale nei pressi di Londra e  negli anni ’50. Dopo aver conosciuto Edgar Stark, uno scultore nevrotico e morbosamente geloso recluso  in regime di semilibertà dopo aver commesso un efferato uxoricidio, Stella cerca di evadere dalla tediosa quotidianità nella quale si sente ingabbiata iniziando una relazione tanto travolgente quanto improvvisa con lui. Ma Edgar ha un piano: dopo aver convinto Stella a farlo entrare nella sua stanza da letto, ruba i vestiti del marito, grazie ai quali riesce a scappare del manicomio. La relazione fra i due però continua, e presto il segreto diventa tanto insostenibile che la donna decide di fuggire a sua volta per raggiungere quello che ritiene ormai il suo amato. I due iniziano quindi a vivere alla deriva in uno studio spoglio e nascosto in uno dei vicoli di Londra, cercando di non fasi scoprire dalla polizia e passando le giornate dando sfogo alle proprie passioni. Nelle prime fasi della convivenza, Edgar non manifesta segnali di gelosia e aggressività, a tal punto da lasciare un dubbio atroce sulle azioni aberranti commesse in passato; Stella non intravede un pericoloso assassino pronto a colpire ancora, ma un uomo dannatamente interessante, un ribelle incompreso da compatire, che in preda alla passione ha commesso un errore clamoroso, non per questo, però, un malato di mente. I suoi crimini vengono minimizzati e giustificati: il fatto che lui abbia ucciso e fatto a pezzi Ruth, la prima moglie, scavandone poi la testa come fosse una scultura, sembra quasi un’ informazione aggiuntiva sulle tendenze dell’amante e non serve ad avviare una riflessione sulle possibili conseguenze del legame. L’idillio iniziale si rivela però temporaneo, e quando iniziano a crearsi le prime crepe fra i due, i deliri della gelosia hanno il sopravvento, e culminano in vere e proprie violenze e persecuzioni che costringono Stella a scappare e, una volta scoperta, a tornare dalla propria famiglia. La situazione è però profondamente diversa: lei non è più la donna che era prima, e il suo comportamento ha fatto sì che suo marito venga trasferito in un istituto decadente nel nord della Cornovaglia a fare un lavoro insoddisfacente e sottopagato. Il seme della pazzia è però già stato piantato, e ad esso si aggiunge anche la depressione e la delusione, che condannano Stella ad un’esistenza straziante che termina in una serie di tragedie.  La vicenda è narrata da Peter Cleave, il collega più anziano di Max, nonché terapeuta di Edgar, attratto dalle relazioni d’amore catastrofiche, perverse e ossessionate, che questa volta non vedono protagonisti due sconosciuti, bensì una cara amica e il suo paziente. La narrazione pullula delle sfumature emotive dei personaggi, e dello stesso Peter che, segretamente innamorato della protagonista, immerso nella visione idealizzata di un amore platonico e non corrisposto, si lascia sopraffare dai desideri fino a trarre interpretazioni fuorvianti e ad assistere inerme alle disgrazie che colpiscono la donna che ama. La precisione con cui Patrick McGrath descrive il funzionamento mentale dei personaggi principali è stupefacente; i due protagonisti  non sono gli unici a conservare tratti patologici importanti, ma anche lo stesso Max, incapace di esprimersi con assertività, no è in grado di provare compassione per la moglie, o riflettere sugli errori commessi. Nel libro esistono numerosi spunti a proposito della dipendenza affettiva di Stella. Indubbiamente il problema si rivela tale da entrambe le parti, ma nella protagonista i dettagli sono esposti con maggiore chiarezza. Tra questi spiccano le continue giustificazioni, la sublimazione del partner e del legame di coppia, le ruminazioni e la persistente rievocazione degli episodi relativi alla storia passata, nonché l’incapacità di elaborare il distacco che contrassegnano l’esperienza per buona parte del racconto. L’immagine di Edgar, e del loro amore, diventa così l’ancora di salvezza che le permette di andare avanti; la dipendenza affettiva esercita una funzione importante, quella di mantenimento della struttura psichica fragile. È particolarmente importante anche il legame tra arte e patologia. Nell’arte, Edgar tenta di compiere un’operazione importante, ovvero isolare le emozioni per vedere le persone per quello che realmente sono e non per come appaiono ai suoi occhi. Il risultato è un ammasso di linee indefinite e frammentate che riflettono la frammentazione interiore, l’ossessività e la mania.  A questo proposito la mutilazione di Ruth successiva all’omicidio rappresenta la ricerca della verità, o meglio la scoperta della realtà su di lei, che Edgar osserva come una traditrice seriale. Va detto come Edgar giunga alla certezza dell’infedeltà della moglie: lo spostamento, secondo lui, di alcuni oggetti nella loro casa è nella sua ottica la prova indubitabile delle sue convinzioni. Questo è indubbiamente un romanzo molto particolare, scritto magistralmente e profondamente toccante. Il suo maggior pregio, però, e di far simpatizzare per i due protagonisti, e addirittura di far tifare per loro: il giudizio e la condanna a priori, infatti, non sono presenti, e ciò fa riflettere in qualche sull’avventatezza del pregiudizio e sulla cause, appunto, della follia.